Sono
state scelte le seguenti parti tratte dal romanzo autobiografico di
Curzio Malaparte, dalle quali emerge l'atteggiamento freddo e
distaccato dei tedeschi nei confronti degli ebrei; anche dai dialoghi
quotidiani tra le persone (in
questo caso chiacchiere durante un pranzo) traspare l'idea di
inferiorità della razza ebraica come non appartenente al genere
umano.
Ero
stato, alcuni giorni prima, nel ghetto di Varsavia. Avevo varcato la
soglia della “città proibita”, chiusa dentro l’alta muraglia
di mattoni rossi, che i tedeschi hanno costruita per chiudere nel
ghetto, come in una gabbia, quelle miserabili e inermi belve. Sulla
porta, vigilata da una scolta di SS. armate di mitragliatrici, era
affisso il manifesto, firmato dal governatore Fischer, che comminava
la pena di morte per qualunque ebreo che avesse tentato di uscire dal
ghetto. .........
Squadre
di giovani andavano in giro per le strade a raccogliere i morti,
entravano negli anditi, salivano su per le scale, penetravano nelle
stanze. Erano giovani monatti,
in gran parte studenti, i più di Berlino, di Monaco, di Vienna, gli
altri deportati dal Belgio, dalla Francia, dall’Olanda, dalla
Romania. Molti erano stati, una volta, ricchi e felici, avevano
abitato in belle case, erano cresciuti tra mobili di lusso, tra
quadri antichi, fra libri, fra strumenti di musica, fra preziose
argenterie e fragili porcellane ed ora si trascinavano faticosamente
sulla neve, i piedi avvolti in stracci, i vestiti a brandelli.
“Gli
ebrei sono una razza malata, in piena decadenza”, disse Frank,
“tutti degenerati. Non sanno allevare e curare i bambini, come si
fa in Germania.”.
“La
Germania è un paese di alta Kultur”, dissi io.
“Ja,
natürlich, in fatto di igiene infantile, la Germania è il primo
paese del mondo”, disse Frank. “Avete osservato l’enorme
differenza che c’è tra i bambini tedeschi e quelli ebrei?”.
“I
bambini dei ghetti non sono bambini”, risposi.
(I
bambini ebrei non sono bambini, pensavo, percorrendo le strade dei
ghetti di Varsavia, di Cracovia, di Czenstochowa. I bambini tedeschi
sono puliti. I bambini ebrei sono schmutzig. I bambini tedeschi son
ben nutriti, ben calzati, ben vestiti. I bambini ebrei sono affamati,
son mezzi nudi, vanno a piedi scalzi nella neve. I bambini tedeschi
hanno i denti. I bambini ebrei non hanno i denti. I bambini tedeschi
vivono in case pulite, in stanze riscaldate, dormono in lettini
bianchi. I bambini ebrei vivono in case luride, in stanze fredde,
piene di gente, dormono su mucchi di stracci e di carta accanto ai
letti dove sono distesi i morti e gli agonizzanti. I bambini tedeschi
giuocano: hanno bambole, palle di gomma, cavallucci di legno,
soldatini di piombo, fucili ad aria compressa, trombe, scatole di
“meccano”, trottole, hanno tutto quel che occorre a un bambino
per giocare. I bambini ebrei non giocano: non hanno nulla per
giocare, non hanno giocattoli. E poi non sanno giocare! No, i bambini
ebrei dei ghetti non sanno giocare. Sono proprio bambini degenerati.
Che schifo! Il loro unico divertimento è di seguire i carri funebri
colmi di morti, e non sanno neppure piangere; o di andare a veder
fucilare i genitori e i fratelli dietro la Fortezza. È il loro unico
divertimento andare a vedere fucilare la mamma. Proprio un
divertimento da bambini ebrei).
Malaparte
C., Kaputt,
Aria d’Italia (pp. 97-107 Roma – Milano 1951)
Terezin : arrivo al campo.....
Contributo
di Celeste Giannoni IV G
Considerate
se questo è un uomo
Che
lavora nel fango
Che
non conosce pace
Che
lotta per mezzo pane
Che
muore per un sì o per un no.
[…]
Meditate
che questo è stato:
vi
comando queste parole.
Scolpitele
nel vostro cuore
Stando
in casa andando per via,
coricandovi,
alzandovi.
Ripetetele
ai vostri figli.
(Levi
P., Se
questo è un uomo)
Contributo
di Elisabetta Giacalone IV G
Tutti
scoprono, più o meno presto nella loro vita, che la felicità
perfetta non è realizzabile, ma pochi si soffermano invece sulla
considerazione opposta: che tale è anche una infelicità perfetta. I
momenti che si oppongono alla realizzazione di entrambi i due
stati-limite sono della stessa natura: conseguono dalla nostra
condizione umana, che è nemica di ogni infinito. Vi si oppone la
nostra sempre insufficiente conoscenza del futuro: e questo si
chiama, in un caso, speranza, e nell’altro, incertezza del domani.
Vi si oppone la sicurezza della morte, che impone un limite a ogni
gioia, ma anche a ogni dolore. Vi si oppongono le inevitabili cure
materiali, che, come inquinano ogni felicità duratura, così
distolgono assiduamente la nostra attenzione dalla sventura che ci
sovrasta, e ne rendono frammentaria, e perciò sostenibile, la
consapevolezza.
Sono
stati proprio i disagi, le percosse, il freddo, la sete, che ci hanno
tenuti a galla sul vuoto di una disperazione senza fondo, durante il
viaggio e dopo. Non già la volontà di vivere, né una cosciente
rassegnazione: ché pochi sono gli uomini capaci di questo, e noi non
eravamo che un comune campione di umanità.
(Levi
P., Se
questo è un uomo)
Contributo
di Benedetta Pusceddu V G
Noi
siamo la nostra memoria,
noi
siamo questo museo chimerico
di
forme incostanti,
questo
mucchio di specchi rotti.
(Jorge
Luis Borges)
Contributo
di Claudia Atzeni VG
Pochi
anni, infatti, ci separano dal più orribile crimine di massa che la
storia moderna debba registrare: un crimine commesso non da una banda
di fanatici, ma con freddo calcolo dal governo di una nazione
potente.
Il
destino dei sopravvissuti alle persecuzioni tedesche testimonia fino
a che punto sia decaduta la coscienza morale dell’umanità.
(Albert
Einstein)
Contributo
di Benedetta Serra (VG)
L'indifferenza
è più colpevole della violenza stessa. È l'apatia morale di chi si
volta dall'altra parte: succede anche oggi verso il razzismo e altri
orrori del mondo. La memoria vale proprio come vaccino contro
l'indifferenza.
(Andrea
Riccardi)
"Il
progresso, lungi dal consentire il cambiamento, dipende dalla
capacità di ricordare… Coloro che non sanno ricordare il passato
sono condannati a ripeterlo. "
(George Santayana)

Nella nostra Biblioteca custodiamo con grande affetto il libro autografato con dedica della scrittice Lia Levi che è stata ospite del nostro Istituto come testimone della grande tragedia della Shoah.